L’indicizzazione dei salari all’inflazione aveva due finalità macroeconomiche. Da un lato, vi era un obiettivo di stabilizzazione: neutralizzando l’effetto dell’aumento dei prezzi sui salari reali, si voleva mantenere costante il potere d’acquisto, quindi ridurre i rischi di una caduta della domanda, con i suoi effetti depressivi sulla produzione e sull’occupazione. In parallelo, vi era un obiettivo redistributivo: ridurre la dispersione del reddito, per proteggere i lavoratori meno abbienti. I dati purtroppo raccontarono una storia diversa: l’inflazione prese a galoppare, l’economia entrò in recessione, aumentò la disoccupazione, i salari reali caddero, tutto a danno soprattutto delle fasce più deboli. La spiegazione data può essere sintetizzata: quando si verifica un shock negativo che colpisce i costi delle imprese, bloccare in modo permanente e automatico il salario reale può diventare un catalizzatore di aumenti crescenti dei prezzi, e in parallelo di caduta della produzione: l’effetto finale è la stagflazione. Attenzione al punto di partenza: un aumento inatteso dei costi di produzione è quello che sta colpendo oggi l’area euro, prima per l’effetto della recessione pandemica, poi per lo shock bellico causato dall’aggressione russa all’Ucraina. Se oggi esistesse un meccanismo automatico come quello in vigore negli anni Settanta, il rischio spirale potrebbe così materializzarsi: l’aumento dei costi delle materie prime si intreccia con quello automatico dei salari; le imprese, nel definire prezzi e produzione, scaricano i maggiori costi in parte in ulteriori aumenti dei prezzi al consumo, in parte in riduzione di produzione
e di occupati, e così via. Si noti che è sufficiente che ci siano aspettative che questa spirale si verifichi, perché essa si possa mettere effettivamente in moto.