La pirateria non deve essere spacciata per preservazione!

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Mmmmm ... anche se, IN PARTE, posso essere d'accordo in linea di principio con il diritto di autore, NON SONO D'ACCORDO con i toni dell'articolo che, come detto anche da altri, sembra più una pubblicità sul genere "rocco tarocco" (personaggio per altro simpaticissimo) che non smuove nemmeno di un attimo le opinioni di chi legge. Se poi consideriamo che questo "diritto d'autore" dura decenni, che è possibile far scomparire le opere a piacere, che NESSUNO si occupa di preservare le stesse se non chi viene definito "pirata" (vedi la questione delle biblioteche NON ufficiali) ... beh, hanno ragione a scaricarle e condividerle al pubblico. E lo fanno sobbarcandosi una mole enorme di lavoro, senza retribuzione, e diventa davvero difficile definiri "pirati". Mentre è SEMPRE PIU' FACILE definire in questo modo le multinazionali che LUCRANO sulla cultura, di ogni genere essa sia ......
 
Ho letto l’articolo condiviso e vorrei portare una riflessione un po’ più ampia, perché secondo me qui si sta semplificando troppo una questione che è profondamente etica, politica e sistemica, non solo “legale”.<br />
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Parto da un punto chiaro: sì, Anna&#039;s Archive ha fatto qualcosa di illegale. Su questo non ci piove. Ma ridurre tutto a “pirateria cattiva vs legalità buona” è, a mio avviso, una lettura miope che ignora completamente i rapporti di potere reali in cui viviamo.<br />
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Personalmente condivido in parte la missione dichiarata di Anna&#039;s Archive: l’idea che conoscenza, informazione e sapere dovrebbero essere accessibili, soprattutto in un mondo in cui pochi &quot;colossi&quot; stanno monopolizzando l’accesso ai contenuti, decidendo cosa è visibile, cosa no, cosa vale e cosa scompare.<br />
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Che poi l’intenzione reale coincida o meno con la narrazione pubblica è secondario: nella storia umana le intenzioni dichiarate raramente coincidono al 100% con quelle inconsce. Ma l’effetto sistemico dell’azione conta.<br />
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Qui entra il tema che l’articolo, secondo me, evita accuratamente: le Big Tech non sono soggetti neutrali.<br />
Spotify, Amazon, Google, Meta &amp; co. non fanno solo “distribuzione di contenuti”:<br />
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– tracciano identità digitali<br />
– profilano emozioni<br />
– usano algoritmi che influenzano stati d’animo<br />
– monetizzano vulnerabilità psicologiche<br />
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Spotify stessa è stata indagata in passato per dinamiche legate alla manipolazione emotiva degli utenti. Posso dirlo anche per esperienza diretta: playlist, suggerimenti e “random” che riattivano memorie emotive profonde, spesso collegate a momenti fragili della vita. Se una persona non è consapevole del proprio mondo interiore, questo può diventare condizionamento emotivo, non intrattenimento.<br />
E quando l’emozione viene usata per guidare comportamenti di consumo, per me siamo già oltre una linea etica molto grave.<br />
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Sul tema artisti: chi viene dal mondo musicale lo sa bene. Spotify non sostiene realmente gli artisti. I ricavi veri arrivano da concerti, merchandising, altro. Lo streaming è spesso solo visibilità, a fronte di compensi ridicoli. Molti artisti non lo sceglierebbero, se non fosse diventato uno standard imposto dal sistema.<br />
Per questo faccio fatica a demonizzare chi “ruba” a strutture che quotidianamente sfruttano, manipolano e disumanizzano.<br />
Non sto dicendo che rubare sia giusto. Sto dicendo che, in un sistema profondamente malato, l’etica non è mai bianca o nera. Esiste il male minore e il bene maggiore. E sì, a volte rompere gli schemi fa rumore e sporca le mani.<br />
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Detto questo, attenzione: anche l’attivismo digitale può diventare pericoloso.<br />
Se domani Anna&#039;s Archive dovesse trasformarsi in un nuovo centro di potere, con le stesse logiche di controllo, allora il problema si ripresenterebbe identico. Perché il problema non è chi detiene il potere, ma il potere stesso quando non è controbilanciato dalla coscienza.<br />
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La vera soluzione non è “chiudere Anna&#039;s Archive” né “difendere le Big Tech”.<br />
La vera soluzione sarebbe una crescita di consapevolezza individuale e collettiva, cosa che però richiede lavoro interiore, educazione critica e responsabilità personale. E purtroppo è la via meno percorsa.<br />
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Ultima nota: l’articolo in questione spinge apertamente prodotti e servizi legati a Spotify e Amazon. Questo lo rende, di fatto, un contenuto schierato, non informazione neutra. Anche questo va detto.<br />
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In sintesi:<br />
– sì, è illegale<br />
– no, non è tutto eticamente equivalente<br />
– sì, le Big Tech fanno danni enormi ogni giorno<br />
– no, non credo che chi le mette in difficoltà vada automaticamente demonizzato<br />
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A volte non si può restare “puliti, carini e neutrali” in un sistema profondamente sporco.<br />
E fingere che legalità = etica, secondo me, è una delle narrazioni più comode per chi già detiene il potere.
Innanzitutto ti faccio i complimenti per il commento lungo, corposo, argomentato e pieno di spunti interessanti. Ce ne fossero. Detto questo, l'articolo non era schierato e non voleva difendere Spotify in quanto multinazionale. È un chiaro attacco ad Anna's Archive perché ritengo una presa per i fondelli, soprattutto verso chi della preservazione ne ha fatto uno scopo di vita, giustificare il furto con una nobile causa. Avessero detto: "signori, abbiamo 300TB di tracce di Spotify, è il 96% del catalogo musicale attuale. Abbiamo violato tutto e conserveremo tutto per renderlo disponibile qualora venisse rimosso qualcosa dai loro server o una traccia, un disco, un'artista, venisse cancellato dalle politiche malsane di un'azienda", allora avrei giustificato il gesto, lo avrei considerato etico pur non potendolo definire legale in termini oggettivi. Qua invece si è compiuto un gesto titanico, per la semplice ragione che si è presentata l'occasione. Non fraintendermi, sono stato un artista (di bassissima lega) i miei brani sono su Spotify, ho collaborato con delle major e so quanto sia tutto molto discutibile (per no dire altro) e totalmente sbagliato per gli artisti piccoli o grandi che siano, ma non vuol dire che approvo le prese per i fondelli. Ti faccio un esempio di quello che io ritengo una preservazione etica: prendiamo per esempio le scan dei fumetti. Cisono persone che ogni settimana scaricano le versioni giapponesi, le traducono, le impaginano le rendono disponibili e quando Panini o chi per lei le pubblica ufficialmente, le rimuovono, le conservano, le milgiorano e le rendono nuovamente disponibili esclusivamente quando vanno "fuori stampa" in modo da permettere a tutti di poterne fruire sempre, ma senza mai violare ne leggi sul copyright, ne diritti d'autore. Altri esempi si potrebbero fare con film, libri e videogiochi storici, tutte cose che sono estremamente soggette alla volubilità degli editori ma che se preservate (anche con metodi molto borderline) per poi essere resi disponibili una volta che non sono più reperibili tramite modalità regolari, permettono a queste opere di rimanere vive. Dirmi che stai preservando l'ultimo disco di Bruno Mars che, anche senza Spotify, è disponibile su qualsiasi piattaforma digitale o store fisico, mi fa, invece, parecchio sorridere. Di semplicemente che hai violato un sistema altamente protetto e rubato il suo catalogo per donarlo agli utenti, senza etiche di mezzo, faresti più bella figura.
Comunque mi trovi d'accordo praticamente su ogni cosa scritta e spero ci sia modo di approfondire in seguito.
 
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